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Nomi italiani di città - La morte di Fiume
L'altra sponda dell'adriatico.

 

L'altra sponda dell'Adriatico è intessuta (anche) di italianità, per storia, influenza, lingua. Ma per molte centinaia di migliaia di persone, coinvolte direttamente o per discendenza, da una parte e dall'altra dell'Adriatico (oltre a coloro che sono sparsi nel resto del mondo) è ancora come grattare sulla carne viva.

 

Prima di iniziare ecco perciò una doverosa premessa per sgombrare il campo da qualsiasi equivoco: chiunque legga in questo articolo un minimo indirizzo politico, nazionalista o meno, sbaglia totalmente e riconsideri perciò la lettura, o magari vada a farsi una bella serie di docce fredde. Al di là di come la si possa pensare personalmente, qui parleremo esclusivamente dell'uso della lingua italiana (in Italia) da parte dei nostri giornalisti ed altri connazionali. Non sarà facile, ma rileggeremo tante volte l'articolo per essere sicuri di averlo mondato di qualsiasi personalismo. Al riguardo avvertiamo di fare attenzione a quanto si legge su internet (in italiano, nelle lingue slave non ne abbiamo idea) in quanto spesso (non sempre!) fortemente falsato da nazionalismi di entrambe le parti, con molte fonti che dovrebbero essere culturali/enciclopediche e sono invece saldamente presidiate da persone di parte.

 

Possiamo dividere le città dell'altra sponda dell'Adriatico sostanzialmente in tre gruppi:

  • città ex italiane;
  • città ex veneziane;
  • città in passato sotto l'influenza (o a forte frequentazione) veneziana/italiana.
E sembrerà strano, ma fino a tutto l'800, l'intera costa dell'altra sponda adriatica (noi nomineremo solo le maggiori città, ma veramente ogni paesino ha anche un nome italiano, che è poi il tema di questo articolo) vantava una storia fatta di pacifica convivenza tra le varie etnie.

 

Per il primo gruppo preferiamo tralasciare per motivi geopolitici (non per timore, ma usciremmo totalmente fuori tema) il periodo che va dal 1919 al 1947... anzi, faremo di più, ci limiteremo ad una citazione, di chi sicuramente un nazionalista italiano non era, che parla di Pola "presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna" (Dante Alighieri). Storicamente sono stati quelli i confini della lingua italiana, intesa come diffusione senza soluzione di continuità territoriale.

 

Per le seconde, sulle coste dalmate, oltre ai documenti storici, parlano di venezianità la loro architettura e spesso la cultura locale.

 

Per le terze, coste dalmate e del Montenegro, un intreccio mai sciolto di commerci e mescolanze dai tempi degli antichi romani fino ad oggi, con una lunga pausa solo nel periodo della guerra fredda.

 

Ora ecco un elenco parziale, scendendo lungo la costa, delle principali città con nomi italiani che non c'è motivo di dimenticare. Per curiosità sceglieremo un personaggio di lingua italiana (a volte bilingue) tra le migliaia nate in quella città o nei sobborghi, attingendo appositamente un po' da tutti i settori. Capodistria (Koper, Nino Benvenuti), Pola (Pula, Sergio Endrigo), Fiume (Rijeka, Abdon Pamich), Zara (Zadar, Papa Giovanni IV), Sebenico (Šibenik, Nicolò Tommaseo), Spalato (Split, Mila Schön pseudonimo di Maria Carmen Nutrizio), Ragusa (di Dalmazia) (Dubrovnik, Ottavio Missoni), Cattaro (Kotor, Romeo Romei).

 

Facendo eccezione per Pola (forse perché Pula "suona strano") e parzialmente per Capodistria (merito anche di una televisione, Telecapodistria, che fu tra le prime ad affiancarsi alla Rai) per tutte le altre città i nostri giornalisti in genere usano il nome slavo, come se si trattasse di città che con l'Italia non hanno mai avuto niente a che fare. Mentre per molte altre città del mondo, che con l'Italia non hanno veramente mai avuto nulla a che fare, usano l'italiano. Perché?

 

Le ragioni sono molte: la prima è l'ignoranza. Molto probabilmente buona parte dei giornalisti non conosce né i nomi italiani né la storia di quelle città. La seconda va ricercata in un complesso di inferiorità nazionale a cui i giornalisti sono particolarmente sensibili, ed un breve sunto può essere letto qui. La terza nella paura di adombrare rivendicazioni di stampo fascista in Italia. Quarto per non scatenare le ire dei nazionalisti croati, che in quanto a convinzione non sono secondi a nessuno.

 

Tra tutte queste dimenticanze dell'italiano, colpisce sempre particolarmente, quasi come una schiaffo, la rinuncia a chiamare Fiume con il nome italiano. Sentire che tal politico si è recato a Rijeka, o che una squadra di calcio italiana deve affrontare il Rijeka (a proposito, non abbiate paura che chiamandola Fiume si possa confondere con la squadra del periodo fascista: quella si chiamava Fiumana) fa male a chi ama l'italiano. E questo per il semplice fatto che la conoscenza di Fiume nella storia italiana arriva anche ai meno colti, e quindi l'omissione è evidentemente volontaria. Quando i nostri giornalisti la smetteranno di avere timori e adopereranno a testa alta il nome italiano, solo allora sarà chiaro che la storia sta finalmente andando avanti, con perdoni a 360° (sì, non tutti ce la faranno) e l'abbandono di nostalgie fuori luogo (questo sì deve essere totale). Sarebbe bello ricevere questo segnale.

 

N.B. Per il titolo abbiamo voluto fare come molti comunicatori: ne abbiamo scelto uno che aiutasse ad attrarre l'attenzione. Ovviamente non è vero che Fiume sia morta o stia morendo, anzi è una città viva, bella e discretamente prospera. Quello che sta morendo veramente è il nome in italiano, nell'uso da parte dei nostri comunicatori: speriamo, come dicono gli scaramantici, di avergli allungato la vita.


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